C’era una volta Greenland Città Satellite a Limbiate

C’era una volta Greenland Città Satellite a Limbiate

Ho già parlato di Città Satellite, un luna park abbandonato alla periferia del capoluogo lombardo (qui il link dell’articolo). A primavera inoltrata siamo stati a visitare questa struttura, tramite l’Associazione culturale I Luoghi dell’Abbandono (qui la loro pagina Facebook) che opera nella ricerca, documentazione e valorizzazione di luoghi in stato di abbandono, organizzando anche escursioni e mostre a tema. Il parco non ha libero accesso: è un’area di proprietà privata e, in quanto tale, l’ingresso è subordinato al consenso degli aventi diritto. Nella giornata di Domenica 8 Maggio 2016, tramite l’Associazione, abbiamo avuto la possibilità di vedere con i nostri occhi quello che rimane del grande polo del divertimento alle porte di Milano.

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Inizialmente chiamato “Città Satellite” questo enorme ex-luna park era anche conosciuto come “Greenland“, nome che ha assunto a partire dal 1976, anno dell’istituzione del Parco delle Groane, polmone verde nel cuore della Lombardia, in cui il parco divertimenti era situato. Il Parco delle Groane è tutt’oggi tutelato per la varietà di fauna e flora e per l’enorme interesse dal punto di vista geologico, storico ed archeologico.
Città satellite era un progetto nato dalla volontà del Commendator Giuseppe Brollo, imprenditore trevigiano, che si trasferì a Milano per lavorare nel campo siderurgico, aprendo una sua ditta  nel 1939. Fu una figura molto importante per la storia del comune di Solaro (in provincia di Milano): a lui si deve la nascita e la costruzione del Villaggio che porta il suo nome e sorge su quella che era conosciuta come “La Brughiera”, un fazzoletto di terra incolta di proprietà dei Conti Borromeo i quali, stanchi della bassa redditività della zona, furono ben contenti di vendere l’appezzamento a Brollo. Il Commendatore, nonostante la sua florida attività industriale, sentiva nostalgia del mondo contadino al quale era profondamente legato e del quale sentiva la mancanza, essendovi cresciuto: era infatti figlio di braccianti. Uomo intelligente e determinato, si dedicava alla propria attività commerciale e alla riqualifica del terreno acquistato, ottenendo l’appoggio di alcune famiglie di conoscenti che si trasferirono dal Veneto e, non senza difficoltà, trasformarono l’arida landa, in un  villaggio fiorente, tuttora esistente ed abitato. Se volete approfondire la storia di Giuseppe Brollo, potete farlo a questo link: vi porterà sul sito del Centro Parrocchiale Villaggio Brollo.
Nella sua vita il Commendator Brollo ha dato il via a numerosi progetti, riguardanti anche l’ambito famigliare, con una particolare attenzione ai più piccoli: si adoperò per realizzare un orfanotrofio che potesse ospitare i figli dei caduti durante la guerra, struttura che, in corso d’opera divenne un asilo, pensato principalmente per i genitori impegnati nel lavoro. Probabilmente, in quest’ottica, a metà degli anni ’60  ha deciso di destinare un’area di sua proprietà di 374.000 mq per la realizzazione di un luna park urbano stabile, avvalendosi della collaborazione di Simeone Sardena (i cui discendenti sono ancora legati alla storia dello sfortunato parco) che ne predispose il progetto.
L’idea di Brollo fu sicuramente pionieristica: pochi anni più tardi (nel 1975), l’Italia assisteva all’inaugurazione di Gardaland, ma le sorti dei due parchi sono le due facce della medaglia. Il progetto veneto rimane ancora oggi un parco di rilievo internazionale, l’esperimento lombardo ha conosciuto alti e bassi, fino al tristissimo epilogo che tutti noi conosciamo. Dopo il successo riscosso negli anni ’80 e ’90, quando famiglie e famiglie di milanesi riempivano Città Satellite, il parco ha assistito al declino inesorabile degli anni 2000, dovuto a una combinazione di sfortunate circostanze, relative a problematiche concernenti questioni igieniche, di sicurezza, di abusivismo edilizio, per non parlare dei contenziosi avviati per la rivendicazione dell’effettiva proprietà di terreni e strutture.
Il giorno di Pasquetta del 2002, i cancelli di Greenland si chiudevano per l’ultima volta, sottoponendo la proprietà a sequestro giudiziario. Da allora diverse ipotesi sono state avanzate per la riqualificazione dell’area: progetti finiti nel dimenticatoio, così come la zona, che rimane meta di Urbex e curiosi.

Il dream team di quest’avventura è composto dalla sottoscritta, da Matteo, fedele compagno di viaggi e di vita, e da tre amici accomunati dalla passione per la fotografia e che hanno approfittato per realizzare diversi scatti d’autore: Matteo, che ringrazio per la gallery della giornata e che potete seguire sulla sua pagina Facebook New Horizons Photo, Mauro, con il quale condivido l’amore per i coaster e che ho conosciuto in occasione dell’inaugurazione di Oblivion a Gardaland (qui l’esperienza) e  Paolo, che mi ha dato l’idea per i video dei Parchi in 3 minuti, ma al quale non bisogna dare troppo retta, perchè “è uno del video” ;). A me rimane l’arduo compito di documentare la giornata attraverso i miei scatti non troppo seri del dietro le quinte di questa visita nell’ex parco divertimenti.

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Giusto per dare qualche indicazione, Greenland sorgeva su una superficie di 374.000 mq, un’estensione addirittura maggiore di quella di Gardaland che, di metri quadrati, ne occupa 350.000.
Il parco si sviluppava intorno ad una strada principale che attraversava l’intera Città Satellite, dalla quale si articolavano alcuni sentieri secondari, che conducevano gli ospiti nelle diverse aree dove si trovavano attrazioni e punti di ristoro. Il cuore di Greenland era costituito da un laghetto, dedicato alla pesca sportiva; a delimitarne i confini, il trenino panoramico. L’ingresso al polo del divertimento era gratuito: quest’area verde accoglieva moltissime famiglie che potevano scegliere se acquistare il braccialetto per potere usufruire della totalità delle installazioni presenti, oppure acquistare i singoli gettoni per le attrazioni, o, ancora, godere dei diversi parchi gioco messi a disposizione gratuitamente. Gli introiti erano garantiti dai punti ristoro: pizzerie e ristoranti veri e propri si alternavano ai numerosi chioschi di gelati, patatine e leccornie varie.
Ci prepariamo ad entrare a Greenland in una giornata primaverile: temperatura nella norma e cielo sereno.
Ad accoglierci all’ingresso, il ponte e le torri, ormai scoloriti e consumati dalle intemperie e dallo scorrere inesorabile del tempo, la mappa del parco, datata 1999/2000, anch’essa sbiadita, che segnala prezzi e promozioni per i visitatori, la mascotte: un enorme scoiattolo che ricorda tanto Alvin Superstar e che, come il roditore del cartone animato, indossa una felpa verde, con l’iniziale del parco, una G.

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Del parco originario rimane ben poco: molte attrazioni sono state smantellate e vendute per far fronte alle spese che continuano a incombere sugli aventi diritto. Ci accingiamo comunque ad esplorare ciò che rimane nel luna park stabile di Limbiate.  La prima installazione che si trova è la pista di Go Kart: quest’attrazione fu anche oggetto di un’ordinanza emessa dal Comune di Limbiate che ne ordinava la demolizione per abusivismo edilizio. Ad oggi rimane una lingua d’asfalto consumata dal tempo e rovinata dagli atti vandalici, ormai invasa dalle erbacce e senza nessun segno di automobiline o mini moto.

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Le sensazioni che si provano sono davvero insolite; l’aspetto che emerge maggiormente è quello relativo alla natura che sta reimpossessandosi di tutto questo spazio: ho trovato molto affascinante come, a parte le erbacce che infestano ogni costruzione, così anche i fiori (soprattutto le rose), stanno crescendo rigogliosi. Mi hanno davvero impressionata le note di colore che, di tanto in tanto, emergono dall’invadenza del verde, che rimane comunque l’elemento dominante.
L’asfalto delle stradine principali cerca di resistere all’avanzata della flora locale e fornisce una guida sicura per l’esplorazione del parco. Una volta abbandonate queste lingue di bitume, ci si addentra nelle diverse zone di Greenland attraverso sentieri battuti dai numerosi visitatori (abusivi e non) nell’erba alta: sciami di insetti si muovono non appena viene scostato un arbusto o calpestato un mucchietto di foglie. Nel frattempo i resti di un’altra attrazione si trovano sul nostro cammino: si tratta di una sorta di carosello per i più piccoli, le cui vetture erano dei mini camion.

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Come potete vedere i colori sgargianti dei piccoli tir sono quasi del tutto inghiottiti dalle ortiche e dai rampicanti, i binari del percorso non si riescono a distinguere dalla vegetazione. Poco oltre vediamo una sorta di “grotta”: mentre il resto della squadra si affretta ad analizzarne il contenuto, io me ne rimango ferma in quella che doveva essere la postazione di comando dell’attrazione. Mi soffermo a pensare a quanto insolito sia lo spettacolo che mi si para di fronte agli occhi: là, dove una volta si potevano ascoltare le risate dei bimbi, i rimproveri dei genitori che intimavano i piccoli stessi a non allontanarsi troppo, le confidenze di amiche che si confrontavano mentre i rispettivi figli giocavano insieme, ora rimane solo il fruscio dell’erba calpestata da qualche curioso, il frinire delle cicale e qualche raro cinguettio. E’ davvero un peccato che questo polo del divertimento abbia subìto una sorte tanto meschina: nonostante le enormi potenzialità, i continui problemi sono riusciti ad affossare una struttura con un gigantesco margine di crescita. Quello che ora ne rimane sono desolazione, abbandono e immondizia.

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Gia: piccole montagne di ciarpame appaiono di tanto in tanto dove una volta vi erano giostre o punti di ristoro. Oltre agli scarti dell’attività propria di Città Satellite, in questi cumuli di spazzatura ci sono anche rifiuti che credo siano stati abbandonati da persone incivili e che sicuramente contribuiscono ad aumentare il degrado di questa zona. In tutto il parco la curiosità e la maleducazione lasciano i segni del proprio passaggio: vetri rotti, strutture danneggiate, ingressi forzati, elementi scenografici vituperati, graffiti di ogni genere
Proseguendo nella nostra passeggiata arriviamo a uno dei più grandi punti di ristoro del parco: il Bar Ristorante Pizzeria Katanga.

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Di questo locale non rimangono ormai che le pareti, l’insegna e qualche sparuto elemento di mobilio. Le dimensioni della sala da pranzo ci suggerivano quanto questo locale potesse attirare decine di avventori, soprattutto nella stagione estiva, complici il parco ed il laghetto.
Già. Il laghetto.
Cuore del parco, questo bacino artificiale risale agli anni ’30: fu costruito per  sopperire alla necessità idrica del vicino ospedale psichiatrico e, negli anni di apertura di GreenLand era a disposizione per la pesca sportiva, grazie ad una convenzione con il C.O.N.I.

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Ora, questa pozza artificiale, senza più cura e manutenzione, sta diventando un acquitrino ed emana un olezzo terribile: una puzza di stantio, di abbandono, di marciume. Nel preciso istante in cui sono stata abbastanza vicina alla riserva d’acqua da sentirne il fetore, ha cominciato a farsi strada dentro di me la consapevolezza di aver aderito con troppo entusiasmo all’escursione, senza averne considerato attentamente tutti gli aspetti. L’idea romantica del parco in stato di abbandono, con tutte le sfumature emotive ed emozionali che mi aveva spinta ad aderire entusiasta alla giornata, aveva lasciato spazio alla più concreta cognizione della realtà dei fatti: prepotentissimo olezzo della palude centrale, orde di insetti attirati e ringalluzziti dalle propizie condizioni climatiche create dalla sopra citata gora, ortiche alte quanto la sottoscritta, mucchi di spazzatura sono gli elementi principali con i quali ho dovuto ben presto fare i conti e che mi hanno messo a dura prova.
In questa occasione il mio lato schifiltoso ha preso il sopravvento, soprattutto nel momento in cui, Matteo (il fotografo), giura e spergiura di avere visto una biscia nell’erba alta: da quel momento non lascio più la strada maestra asfaltata per nessun motivo e dichiaro che “mi godrò i vostri scatti a casa sul mio divano, con una tazza di cioccolata in mano”.
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Mentre osservo la desolazione che mi circonda, altri ospiti segnalano ai miei compagni d’avventura la presenza di altre due strutture in mezzo alla boscaglia, dietro alla Pizzeria Katanga: i ragazzi si accingono all’esplorazione delle stesse. Si tratta di un bar e di diverse roulotte che potevano ospitare i turisti per i pernottamenti oppure fungere da alloggio per i gestori ed i giostrai, ma questo non lo sappiamo. Dagli scatti realizzati dentro il bar si respira un’aria apocalittica: sembrano fotografie uscite dagli istanti immediatamente successivi ad un armageddon. La scarsa illuminazione della stanza, le ragnatele, bottiglie di amari mezze piene e bicchieri in tavola, proprio come se il tempo si fosse fermato. A noi visitatori non è dato sapere se questi oggetti sono superstiti della vecchia Città Satellite, oppure fanno parte di scene create ad hoc da fotografi per avere scatti evocativi.

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Città Satellite è una sorta di limbo: una terra di nessuno, che accoglie fotografi amatoriali e non, e che ospita qualche senzatetto che trova un po’ di riparo nelle diverse casette, un tempo adibite a postazioni di controllo degli operatori delle attrazioni. Entrando in quelle aperte abbiamo trovato diversi giacigli ed elementi che portavano a pensare ad un’occupazione semi permanente da parte di qualche ospite abusivo. Camminando giungiamo alla casa del custode: una targa commemorativa troneggia sulla parete principale. Parole incise in memoria di Walter Spaggiari, che, come  possiamo leggere nell’effige, era una personalità che ha contribuito in diversi modi alla realizzazione del luna park stabile. La dedica, scritta da famigliari, amici e collaboratori porta ancora in sè tutto l’entusiasmo per la riuscita di un progetto, a suo tempo innovativo, ed è colma di speranza e di buoni auspici. Di tutto ciò rimane solamente un sempre più labile ricordo nelle menti e nei cuori di chi ha vissuto i momenti di successo di questo progetto. Se volete farvi un’idea di com’era il parco nei suoi anni di massimo splendore, potete guardarvi questi due video, realizzati dalla Scuola di Danza Scultura nel 1992 per promuovere Greenland.

Proseguiamo e incontriamo un’altra enorme struttura a ridosso delle rive del laghetto: nel giardino antistante un’automobile totalmente avvolta da piante rampicanti. In questo punto il fetore è insopportabile, qualche uccello ha trovato riparo per costruire il suo nido nel tronco di alberi ormai caduti e cominciamo a intravedere il simbolo del parco: l’ottovolante.
Dell’adrenalinica attrazione rimane solamente uno scheletro pericolante e arrugginito; anche qui gli arbusti stanno continuando la loro avanzata inesorabile e nascondono ormai la base del piccolo coaster.
Rimando affascinata ad osservare questa scena: il sole illumina i trenini fermi in quella che era la stazione, la struttura, un tempo bianca, riluce di arancione con tonalità che vanno dal carota al cadmio e mostrano sfumature fascinose del ferro ossidato. Mi avvicino alla struttura e, non senza fatica, mi abbarbico a un palo di sostegno e mi arrampico per arrivare ad esplorare la cabina di comando: ragni di diverse dimensioni sgambettano felici a destra e a manca. Non mi spingo oltre: le condizioni della struttura sono pessime e comincio a maturare la paura che le travi possano cedere o che io possa contrarre qualche strana malattia (dubbio esistenziale: l’antitetanica l’ho fatta?!?!?!). Matteo mi invita ad accomodarmi sul trenino per una foto ricordo: rifiuto categoricamente e comincio a sfregarmi nervosamente avvertendo pruriti in ogni parte del corpo (mi avrà morsa qualche ragno?!!?!?).
Questa è una delle poche attrazioni rimaste ancora a Città Satellite: la maggior parte delle installazioni sono state smantellate e vendute, come dicevo a inizio articolo, per poter far fronte alle molteplici spese.

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La parte finale del parco ospita altri punti di ristoro: vetrine rotte, mobilio distrutto e pattume in ogni dove regnano sovrani. Ci soffermiamo ad esplorare i vari stand dei giochi di abilità come tiro a segno e simili e il tristissimo bruchino: un minuscolo trenino per gli ospiti più piccoli che, dopo intemperie e lo scorrere inesorabile del tempo, ha perso il suo bel colore brillante ed ha assunto uno sguardo inquietante. E poi ancora rose, bellissime, rigogliose, tenaci rose crescono abbracciando la desolazione del luogo.

DSCN4660La stazione del trenino panoramico è stata totalmente assorbita da una siepe: per potervi accedere dobbiamo farci strada attraverso un tunnel di foglie, rami e insetti fastidiosissimi. Troviamo i vecchi vagoncini ricoperti di polvere, ma pronti ad accogliere i passeggeri. Della locomotiva nessuna traccia. Una pista di autoscontro deserta, una base di un carosello vuota, parecchi stand con le saracinesche abbassate sono gli ultimi cadaveri del divertimento sulla nostra strada.
Quello che abbiamo trovato a Greenland in questa visita fotografica di Maggio 2016 è un sogno infranto, un progetto dalle potenzialità fantasmagoriche, che non è mai riuscito ad evolvere. Ettari di terreno trascurati, lasciati in una sorta di limbo dove incuria e inciviltà riescono a farla da padrone.
L’alone di fascino che avevo idealizzato è svanito, lasciando spazio a sentimenti più concreti di disgusto e dispiacere. Nonostante i numerosi progetti per la riqualificazione dell’area, ad oggi non è stato ancora effettuato nessun intervento di bonifica e recupero. Di Greenland rimane il sogno di Brollo e i ricordi nei cuori delle famiglie che, a cavallo tra gli anni 80 e l’inizio del 21º secolo hanno trascorso delle giornate di festa all’interno di questo parco.

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Tutti gli scatti della giornata li trovate nella galleria fotografica:

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Grazie ancora ai miei compagni di avventura e all’Associazione I Luoghi dell’abbandono per la giornata trascorsa insieme.

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#unavitaatestaingiu



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